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in Translation
Sofia Coppola lettrice di Murakami?
di Alessandro Agus
Chi ha scelto
Greenwich come meridiano-discrimine tra oriente e occidente? La Conferenza
mondiale degli astronomi di Washington, 1884 – spiega la garzantina.
Chiunque sia stato, oggi rivedrebbe i suoi calcoli. 140° long. est,
Tokyo: estremo occidente. Come le isole Aleutine vengono incontro alle
Curili, scavalcando la ora più che mai immaginaria barriera, così
Sofia Coppola, col suo Lost in Translation, raggiunge Haruki Murakami.
E non certo per i suoi numerosi soggiorni giapponesi, non è questa
la distanza colmata: la figlia di F.F. davvero atterra sul "pianeta"
del grande scrittore che, dopo aver portato F.S. Fitzgerald al di là
del Pacifico, traducendolo, lo ha pure riportato a casa, immagino "danzando".
È una specie di grande ponte che collega le sponde del Pacifico,
e permette il transito, riunisce in un occidente estremizzato gli estremi
geografici e le contraddizioni della civiltà globalizzata. Ti siedi
e, sui titoli di testa, appare la sagoma graziosa di Charlotte, la bravissima
Johansson, un pezzetto di lei, gli slip rosa al centro di un quadro che
ti riproietta dentro la Sumire di La ragazza dello Sputnik, l’aspirante-scrittrice
esile e perplessa, con i calzini spaiati che il personaggio narrante trasforma
in «mutandine con disegnato Mickey Mouse». Poi la vedi raggomitolata
nella sproporzionata balaustra dietro al finestrone, quasi un terrazzino
interno, che si abbraccia le ginocchia e guarda lo spaventoso groviglio
della città da un piano imprecisatamente alto dell’albergo;
figurina-quadro, (spiritualmente) sfocata come un’opera di Daniele
Galliano o di Valerio Murri, particolare avulso, perfetto, concluso-e-mancante,
resta lì a guardare fuori, muove appena i piedini, ciondola un
po’: «quando si vive a lungo da soli si prende l’abitudine
di fissare a lungo le cose […] guardai il panorama di Sapporo che
si stendeva oltre i vetri», dice il reporter murakamiano protagonista
di Dance Dance Dance, smarrito nella camera di «un albergo di lusso
di nuovissima concezione […] nel pieno centro della città
[…] per consentire al cliente il più perfetto relax […]
non mancava niente: un grande shopping center, piscina, sauna, solarium
[…] cabine per la traduzione simultanea». Ed è difficile
dimenticarsi delle sue parole, dell’ironia feroce di un giapponese
sul Giappone, quando Bob (Bill Murray) – l’altro protagonista
del film – è costretto a dire, per lo spot pubblicitario
di un whisky, «è tempo di relax, è tempo di Santori»,
mentre un regista invasato dà minime istruzioni tecniche con lunghissimi
sproloqui. Relax, talismano, pace; fuori si balla a un ritmo sbagliato:
le griffes internazionali si mescolano senza unirsi a scritte indecifrabili,
per i turisti-per-forza di Sofia, viadotti aerei passano sopra stradine
coi risciò, in camera al Park Hyatt c’è il fax che
si attiva in piena notte, ma altrettanto difficile e mediata e formale
è la comunicazione con l’accompagnatrice-interprete messa
a disposizione di Bob dalla produzione. Noi vediamo questo oriente con
gli occhi smarriti di Charlotte e Bob, siamo solidali vedendo quella dannata
tecnologia che secoli del nostro progresso hanno raffinato, e che qui,
nell’ultimo stadio della sua evoluzione (?), nell’ultimo avamposto
di occidente, si è ancora e così perfettamente raffinata
da diventare altro: come nei film di zombies in cui i mostri mantengono
vaghe sembianze umane, il che li rende incomparabilmente più mostri.
È un bel sollievo pensare che una regista americana innamorata
del Sol Levante e uno scrittore di Kobe innamorato di Fitzgerald (e del
rock e del cinema) si incontrino, appunto, a metà di un oceano
interno, per dividere le stesse sensazioni.
«Qualche volta piove», sulla solitudine irrimediabile dei
personaggi di Murakami, proprio come nella scena del tempio di Kyoto,
quando Charlotte, sposa in crisi precoce, metà alienata dalla seconda
metà della sua coppia, dal marito troppo fotografo per essere davvero
insieme a lei, vede lo spaesante (anche quello!) rituale del matrimonio
made in Japan. Altre volte si frequentano «jazz bar dove bevevamo
cocktail», «nel grande formicaio della nostra civiltà
capitalistica avanzata», o si va «nel game center a giocare
a Pac-man […] per ammazzare il tempo», «la vita reale»
ha «il sapore dell’irrealtà». Nessuno si lamenta,
però, non gli viene voglia di ribellarsi: del resto, direbbe ancora
il personaggio di Haruki, «se a uno non piace, può scegliere
di andare in Bangladesh o in Sudan», o ancora onorare il contratto
e intascare il cachet, come Bob, per tornare da una moglie che gli manda
campioni di moquette da scegliere via FedEx, ma lo congeda telefonicamente
perché «ha tante cose da fare», e non ha più
tempo per rispondere proprio quando lui le chiede dei figli. Alienazione
per alienazione, vale la pena andare in Sudan? I personaggi di Lost in
Translation ci risponderebbero soavemente di no. Perché si sono
aperti oceani e fosse telluriche ben più vasti e tempestosi del
Pacifico; straniero fra stranieri, ti divide la lingua, ma se torni a
casa con la tua carriera in declino e la tua vita calante trovi il freddo
abbraccio di una diversa distanza, meno razionalizzabile e più
spaventosa, una coniuge "ormai troppo cambiata", come direbbero
Georges Brassens e De André: tra Bob e la moglie, presumibilmente
coetanei, le vite non sono più in fase. Ma neppure in quella che
dovrebbe essere la parte ascensionale del rapporto ci si incontra nello
stesso tempo, nella stessa stanza: così Charlotte prende bacini
frettolosi da colui che ha sposato e che «non sa più chi
è», come dice con una lacrima che non scorre, al telefono,
a un’amica distratta (poco importa da che, no?). Se poi incontri
una che ha la tua età e parla la tua stessa lingua, ti accorgi
subito di capirla meno ancora degli stranierissimi giapponesi, e anzi
che tuo marito capisce più lei, modellina fatua, che te con la
tua laurea in filosofia, le tue promesse che sbocceranno, la tua «arroganza».
Povera Charlotte! E allora non è sorprendente che nella luce soffusa
del solito club, la sera, si apra una strada che porta a Bob, l’altro
spaesato. Rifuggendo sanamente l’happy end, che complicherebbe solo
le cose (soprattutto allo spettatore), Sofia Coppola trova un’altra
naturalissima barriera, l’età: sposina trascurata e attore
calante non si incontrano più, se non sulla base residuale di incancellabile
umanità condivisa, i figli la vita il tempo l’ironia la dolcezza
i vestiti i drinks le canzoni, ma non hanno neanche la tentazione di quella
piena armonia di sogni e cose che ce li farebbe volare via come nuova
coppia felice dal comune esilio. Sono tante le cose che li legano, ma
non c’è modo socialmente strutturato di costituire quell’unione:
il massimo ravvicinamento fisico è una carezzina (da padre?) di
Bob sul viso (e poi sul piede "ferito") di Charlotte che, dopo
una notte di karaoke e alcool, assapora il sonno, per giorni reso impossibile
da jetlag e avvilimento (che bella unione di disagi!), sotto lo sguardo
del suo compagno di disambientamento che sembra dirle, sfiorandola, "hai
perfettamente ragione". Solo un po’ più oltre si spingono,
in Dance Dance Dance, il giornalista e la receptionist del "Dolphin
Hotel", ben più giovane di lui: «persone che vengono,
si fermano un po’ e poi vanno via», nel non-luogo di un hotel
«di lusso che può rivaleggiare con gli Hilton e gli Hyatt.»
(!)
Innamoramento lento, pare ci sia stato, ma da parte di Bill Murray nei
confronti di una sceneggiatura che sembra scritta apposta per lui: perché
ci hai messo sei mesi ad accettare la parte, Bill? «Mi innamoro
lentamente», pare abbia risposto. E allora verrebbe da dire che,
dentro e fuori dal film, tutti ci giriamo intorno come satelliti, sputnik
sperduti, robottini marziani che non mandano messaggi o se li mandano
non sono raccoglibili. Orbite intorno agli affetti, alle cose, danza leggera,
perché quel che si può e si deve fare è continuare
a «danzare, finché c’è musica», anche
se spezzettati in frammenti di pittura moderna: ma Sofia Coppola-Galliano-Murri,
amante di quadri e di moda, fotografa, turista nel Sol Levante, lettrice
di gran gusto, visto che mette tra i credits una fantomatica "fondazione
ZoeTrope", conosce Haruki Murakami? È forse lui quel che si
trova, in compensazione, nella traduzione-traslazione? Avrei risposte
più certe se facessi a lei la domanda: penso che ci metteremmo
a parlare dettaglio per dettaglio di Dance Dance Dance e di A sud del
confine, a ovest del sole e della "ragazza dello Sputnik" e
di Tokyo blues, li troveremmo tutti riassemblati nel suo film elegante,
per riconoscerci (ovviamente) comunque "estranei". Ma un pezzo
di strada insieme è già qualcosa, per questo, alla fine,
perdonandole senza fatica difettucci che pure ci sono, viene da dirle
"grazie".
In più, ci strappi il cuore con Just like Honey: be’, allora
grazie, Sofia C.
Alessandro
Agus
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