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ARTICOLI
DI CINEMA
Pochi,
maledetti e subito di Roberto Schoepflin
Articolo
di Francesco Azzini
L'atmosfera
degli episodi narrati nel lungometraggio di Roberto Schoepflin girato
in 16mm a Firenze è decisamente in contrasto con il tempo e l'immagine
della città d'arte, culla del rinascimento, che fa da sfondo a
tutto il film. Firenze è una città vetrina fine a sé
stessa dove sono bandite le storie degli uomini e donne che la vivono
giornalmente. Firenze è morta. I fiorentini non si vedono più
per le strade vecchie inondate da turisti anestetizzati dal mito delle
grandi firme della moda che sono l'unico vanto italiano all'estero. I
personaggi descritti dalla penna del Cecchi, sceneggiatore del film, sono
gli interpreti di una Firenze balorda ma ricca di umanità viscerale.
Gli attori parlano con un linguaggio dialettale originale che oramai si
è perduto tra i fiorentini stessi. Usano espressioni idiomatiche
che andrebbero sottotitolate per essere capite da chi non è fiorentino
purosangue. E' un film anni ottanta ma rivendica la spontaneità
filmica che non si trova nei film di altri registi fiorentini come Pieraccioni
e Ceccherini. Lo Schoepflin realizza un film con 15000 euro in tre anni
di duro lavoro con l'aiuto del direttore della fotografia Max Pruneti
e pochi altri. Il cinema, notoriamente, è un lavoro di squadra;
per questo film si può scrivere che è stato un lavoro di
pochi e maledetti toscani.
L'episodio più graffiante e grottesco è "Santissima
Annunziata". Giorgino, tossicodipendente di Piazza S.S. Annunziata,
commette un efferato crimine ai danni di un extracomunitario che non si
vede mai durante il corto. L'amico fidato di Giorgino prova a spiegare
la sua innocenza al commissariato di polizia del centro storico. Si può
parlare di guerra sociale tra poveri e derelitti fiorentini contro i nuovi
poveri: i rom, la comunità di romeni e africani.
Ecco che il racconto cinematografico diventa attuale rispetto al conflitto
sociale tra italiani e stranieri che il nostro beneamato paese sta vivendo
adesso. Come è attuale il desiderio di trasgredire da parte dell'uomo
e l'ipocrisia nel nasconderlo.
"Il fondo", secondo episodio, vomita il disagio e le poche certezze
di un giovane uomo che per comprare un pacchetto di sigarette e andare
al cinema fa il marchettaro. Il personaggio si rivolge direttamente in
camera e parla al pubblico raccontando il suo modo di essere e la società
che lo va a visitare nelle lunghe notti passate alle Cascine, grande parco
storico fiorentino popolato quando fa buio da puttane, travestiti e marchettari.
"Tale figlio" è il film nel film. Sei minuti di intensa
concentrazione nella vita di un figlio imprigionato nei costumi sociali
della famiglia, pregni di ignoranza provinciale, e della figura del padre.
Sembra di assistere ad una messa in scena Tarkovskiana. L'ambiente, il
bosco visto alle prime luci dell'alba, avvolge i personaggi del padre
e del figlio in maniera asfissiante. L'argomento principale sono i funghi,
cucinati in tutte le possibili salse che alludono al giogo culturale della
pesantezza della famiglia nelle scelte individuali dei figli. La voce
narrante ci porta a immedesimarci nell'ossessione che nutre il giovane
verso l'unico interesse del padre: i funghi. "E intanto l'ortolano
si fa mamma" questo è il cattivo pensiero di un figlio oramai
corrotto dall'aria di una famiglia disgregata e vittima di sé stessa.
Un film scomodo, dunque, irriverente ma con il sapore forte di un bel
panino al lampredotto, gustato al mercato della pelle di San Lorenzo.
Francesco
Azzini
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