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ARTICOLI
DI CINEMA
Brutti,
sporchi e cattivi
di Silvia Guasti
In questo
film del 1976 continua la ricerca di Scola degli aspetti più rilevanti
della nostra società. Se mi seguirete nella lettura di questa recensione,
faremo un piccolo viaggio, guidati dall'esemplare fotografia di Dario
De Palma e per la regia di Ettore Scola, dentro un microcosmo molto particolare:
una baraccopoli romana che rispecchia più che fedelmente l'atmosfera
sociale, politica e culturale degli anni 60 e 70. Ho rivisto la pellicola
dopo quasi quindici anni dalla prima visione. Mentre riguardavo il film,
mi sono tornate alla memoria le immagini e i sentimenti che mi coinvolsero
e turbarono anni fa. Oggi, purtroppo, siamo finalmente costretti ad ammettere
che la Realtà supera di mille miglia la Finzione, abituati come
siamo a crude notizie con tutta la relativa carrellata di immagini che
i media, con più o meno filtro e criterio, ci trasmettono. Ma nel
1976 eravamo ancora piccoli e creduli o increduli, anche se film e notiziari
avevano già cominciato ad indirizzarci verso quella che è
la Realtà. La baraccopoli di sfollati, terremotati, profughi e
compagnia bella, all'epoca provocò un certo disgusto nei benpensanti
e sconcerto nella gente ignara di una simile realtà esistente nella
Roma degli anni 70.
Gli effetti sonori, stupefacenti per chi è abituato al surround
ed ai suoni iperbolici, sono quelli provenienti dalla giocosa giostra
dei motorini, messi in moto pesantemente dai giovani, incerti lavoratori
minorenni, dalle continue sgasate dei "50" truccatissimi e smarmittati,
dai clacson che si intrecciano all'unisono con il vocio dei giovanotti
del raid e dalle grida delle donne scherzosamente prese di mira.
Con questi pochi elementi, con questi rumori naturali di una quotidianità
reiterata, la troupe e gli attori danno la stringata sintesi di un "buongiorno"
che probabilmente si ripete in ogni luogo con le identiche caratteristiche.
Ma facciamo un passo indietro. Entriamo da spettatori curiosi e ignari,
nella prima e nell'ultima sequenza del film: è notte in un luogo
di misure indefinibili per l'oscurità, suoni e rumori filtrati
nel buio si mescolano a movimenti del sonno; ci muoviamo a tentoni tra
mobilia, corpi abbracciati accompagnati dalla goccia che perfora la tinozza
vero leitmotiv, autentico ritornello di tutte le scene notturne.
Nella sequenza d'apertura del film una certa ansia immotivata ci fa capire,
anche se ci sembra tutto a posto. Sta succedendo qualcosa: si ode la voce
di Manfredi, strascicata a suo modo e rude, che inveisce contro i soliti
ladri; una porta cigola, si apre e la luce del giorno entra, portando
con sé una certa angoscia.
La ragazzina dai capelli lunghi, secca, asciutta e con due bellissimi
stivali gialli, esce dalla stanza e con le braccia infilate in quattro
o cinque manici di secchio si avvia alla fontanella utilizzata in comune
con gli altri "condomini". Prima operazione: "fare acqua"
per tutta la famiglia.
Ultima sequenza, dopo gli accadimenti che si svolgono in un lasso di tempo
non quantificabile in giorni, mesi e stagioni, stessa scena notturna.
Stavolta vediamo meglio nell'oscurità, perché qualcuno ha
dimenticato un lumino acceso o forse perché, nel suo letto strategicamente
posto nel bellosguardo del miniappartamento, ritroviamo Giacinto non più
con la moglie perpetuamente voltata di spalle, ma con un'altra prosperosissima
figura muliebre che ascolta con attenzione ed affetto le parole dell'orbo
patriarca: "tutti qui sono, mangiapane a ufo. Ma li butterò
fuori, presto o tardi". L'inquadratura s'allarga e notiamo che
ad occhio e croce, la popolazione è quantomeno raddoppiata nella
già piccola casupola. Poi il giorno arriva tra il cadere della
goccia e il tic tac della sveglia a molla. La ragazzina si alza, esce,
chiude il cancelletto e, sempre con i suoi magnifici stivali di gomma
gialla e suoi secchi, se ne va, vistosamente incinta, alla quotidiana
raccolta dell'acqua.
Questo lavoro di Scola non ha poi particolari pretese, tranne quelle di
mantenere un rigore di regia e di raccontare una vicenda che, tutto sommato,
se non l'avessimo vissuta in una sala cinematografica, difficilmente ne
saremmo potuti diventare così intimi, così vicini, cioè,
a fatti sconosciuti anche alla cronaca nera dei quotidiani, perché
mai usciti da quei luoghi dove giornalmente si verificano. Vi accompagno,
quindi, dentro la povera vita di Giacinto, ricco solo d'esser guercio;
per quell'occhio perso, per quel volto brutto e sgraziato, ha guadagnato
un milione dall'assicurazione! E attorno a questa "ricchezza"
si sviluppa tutta una storia di miseria, alcolismo, solitudine, umiliazione
e chi più ne ha più ne metta, perché in Brutti,
sporchi e cattivi, in questi tre aggettivi insieme, vi è
tutta la storia di quell'umanità disperata, eppure vivente, che
sogna, piange, fa l'amore, nutre vendetta e voglia di pace, proprio come
quell'altra umanità che non è brutta, sporca e cattiva.
Dopo che i motorini se ne sono andati, la famiglia di Giacinto si disperde
per i fatti propri. Lui se ne va dalle sorelle, nero vestite e usuraie,
che hanno l'unico posto dove si beve e si mangia e, se si vuole, si affitta
ad ore un letto. Giacinto beve vino bianco. Annebbiato e traballante girovaga
per la baraccopoli, la quale sembra più sconosciuta a lui che ci
vive che a noi che la vediamo da almeno mezz'ora. Il punto di vista di
Giacinto è a metà, ma l'udito è intero e, come in
un incubo che si ripete troppo spesso, sente la voce dell'ambulante che
vende di tutto, che soddisfa "tutti i bisogni delle donne",
e scansandolo se ne rientra nella casa dove la luce è poca e artificiale.
Ecco che ci si presenta la nonna. Di età da record, ripete con
attenzione, seduta su una carrozzina a ruote ricostruita intorno a lei,
le frasi in inglese che la signorina della televisione sillaba perché
siano memorizzate dagli spettatori. Parlano della guerra fredda, o meglio
degli americani buoni e generosi. Giacinto le getta una coperta bisunta
in testa che poi toglie facendo lo gnorri, perché la vecchia boccheggiante
crede di aver avuto un mancamento. Poi tutto continua. Il marito si avvicina
alla moglie che si sta asciugando i capelli con un casco ad aria compressa
e le chiede chi è passato in casa; ha trovato, infatti, uno scovolino
da cesso nuovo. La moglie risponde: - nessuno -, in pugliese scocciato,
e lui parte in una sfuriata che finisce a coltellate. Da notare che chi
passa il coltello alla mamma è il piccolo che sfoglia il fumetto
Isabella.
Il sangue cola dalla coratella che la moglie prepara per il pranzo. Giacinto
va eliminato fisicamente per tanti motivi ma soprattutto perché
ha svergognato tutta la tribù, "ci ha messo sulla bocca
di tutte le baracche", portando nel talamo nuziale Iside, la
puttana corpulenta, sempliciona e generosa.
Al di là del trito rituale culinario, dove personalmente mi ha
fatto più senso il figlio che si mangia la coratella cruda, e il
progetto dell'omicidio del pater familias viene fissato per il
giorno del battesimo dell'ultimo nato, che verrà chiamato Giacinto
in memoria del (fu) nonno. Classico, il metodo del veleno per topi nell'ottimo
sugo dei maccheroni con le melanzane. Ma il vento della morte anticipa
la morte stessa del predestinato, e per bocca di una donna parla lo spirito
del fato. Giacinto s'avvede di essere stato avvelenato e inforcata una
bicicletta va a salvarsi. In un grigio anfratto di scogli, il mare arriva
alla testa dello svenuto, lo risveglia e Giacinto trova la forza, iniettandosi
con la pompa della bicicletta dell'acqua salina nello stomaco, di vomitare
il venefico pastone.
Giacinto sogna, mentre dorme, il mito del boom economico e crede che il
suo milione possa far ricchi tutti. La cosa sconcertante è che
lo credono anche i consanguinei, ma se ci pensate bene già all'epoca,
con un milione non si risollevava l'esistenza di nessuno. Così,
lui e tutti, continuano a vivere col sogno di una ricchezza che si compra
con poco. Benessere per tutti, lavoro per tutti, elettrodomestici per
tutti. Tutti gli abitanti della baraccopoli di Scola vivono nell'eterna
illusione che si sviluppa al di là della cupola di San Pietro intravista
debolmente dalla collina. Se vi siete annoiati leggendo questa recensione,
vi suggerisco, tanto per gradire, una settimana full immersion
nella più vicina baraccopoli nei pressi di casa vostra.
regia: Ettore
Scola; cast: Nino Manfredi (Giacinto Mazzatella), Maria Luisa Santella
(Iside), Linda Moretti (Matilde, moglie di Giacinto), Alfredo D'Ippolito
(Plinio, il figlio Barbiere), Ettore Garofalo (Camillo, il figlio ladro),
Gianfranco Merli (Nando, il figlio travestito), Maria Bosco (Gaetana),
Clarisse Monaco (Tommasina), Aristide Piersanti (Cesaretto), Giovanni
Rovini (Antonecchia, la nonna), Giselda Castrini (Lisetta, figlia inserviente
ospizio), Francesco Annibali (Domizio), Zoe Incroci (madre di Tommasina),
Marcella Michelangeli (impiegata delle poste), Beryl Cunningham (donna
di colore), Ennio Antonelli (oste); sogg. e scen.: Ruggero Maccari, E.
Scola; dir. fot.: Dario Di Palma; mo.: Raimondo Cruciani; mus. Armando
Trovajoli diretta dall'autore (il brano "Brutti, sporchi e cattivi"
è cantato dalla Schola Cantorum); a. re.: Giorgio Scotton; ass.
re.: Silvio Ferri, Marco Pettini; consulenza doppiaggio: Sergio Citti;
prod.: Carlo Ponti per Compagnia Cin.ca Champion; anno: 1976; genere:
commedia all'italiana; incasso mercato nazionale: 511.000.000.; titolo
francese: Affreux, sales et méchant; home video: General Video,
San Paolo Audiovisivi, Cecchi Gori Home Video (Gli Ori).
Silvia
Guasti
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