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IL CORTOMETRAGGIO
Frammenti di saggio o saggio da dilatare

di Tiziano Massaroni

In un bar cinese.

-Con l’invenzione del cinema la vita si è allungata di tre volte-, dice un giovane alla sua fidanzata. Il film è Yi-yi di Edward Yang. Chi scrive appunta questa frase su un foglietto, la crede vera, bella, per una vita cinematografica. La frase cammina in una stanza piena di cose, per giorni, cerca una sua collocazione o un suo nascondiglio ed ora è qui in testa ad un’analisi sul Corto-metraggio. Perché?
Questa frase dice una cosa vera con un linguaggio falso ed apre casualmente una strada che dà inizio all’incontro di concetti.

La cosa vera.
L’esperienza cinematografica è un cono-memoria di immagini-movimento: materia vissuta e sedimentata nel passato, conoscenza non attuale che può essere attualizzata, automaticamente, nel momento dell’utile o con un salto metafisico nel voler ricordare. Avere esperienza di luoghi, di sentimenti, di suoni, di pensieri, che nessun umano potrebbe avere in una sola vita. Ciò può sembrare comune a tutti i tipi di arte, ma la particolarità del cinema sta nel servirsi di immagini-movimento contenute in immagini-tempo, ovvero, cellule di memoria. Le parole di un libro sono linee di inchiostro, metafore di immagini che devono essere costruite dalla nostra immaginazione. Anche un quadro non è una sola immagine, ma colori, tracce, che vengono trasformate in una pluralità di mondi. Le immagini-movimento passano nella nostra memoria (immagini tempo) e la nostra memoria in un Essere-memoria nel quale ci muoviamo. Questo passaggio intermedio evidenzia che il cinema differisce dalle altre esperienze perché la materia di cui è composto è direttamente materia della memoria, non sottoposta a trasformazioni. Il cinema, arte giovane, ha sussunto le altre arti e la loro storia mettendole in relazione nell’immagine e creando e ri-creando infinite alchimie mondiche. Con il cinema viviamo il possibile e l’impossibile della vita, in una sola vita.

La cosa falsa.
Tutti i tentativi di quantificazione del tempo esistenziale risultano falsi. Anche se il linguaggio comune è pieno di riferimenti di tipo quantitativo (la vita si è allungata di tre volte), sappiamo che solo per fini di praticità e di semplicità intellettuale siamo portati ad usare la Quantità in luoghi dove essa non può spiegare niente. Parlare di esistenza non è costruire o risolvere un’operazione numerica ma è -e non solo- addentrarsi in una conoscenza misterica della Qualità e incontrare concetti come quello di durata.
La vita è durata, noi siamo entità che durano.
Le nostre vite -esperienze e sogno- hanno una durata mai quantificabile, sfuggono continuamente a tutti i modelli matematici, logici, scientifici, e ridondano nelle metafisiche così imprecise, incerte, inafferrabili. La durata è una vita in un istante e un istante lungo una vita. Il linguaggio quotidiano stesso nel suo continuo cambiamento (e spesso tensione al falso filosofico) ha già acquisito nelle sue espressioni questa verità, non mancano infatti in esso continui riferimenti alla lentezza della vita quando si compiono cose noiose o poco interessanti, come sono sempre esperiti fuggevoli e veloci i momenti belli, le cose buone, la felicità.

Ricapitolando.
Dalla cosa vera siamo arrivati a dire che le immagini cinematografiche sono esperienze vissute e dunque direttamente memoria o vita vissuta, dalla cosa falsa invece siamo giunti all’idea di vita come durata ovvero estrema differenziazione di intensità (dilatazione, concentrazione) sul modo di percepire il tempo dell’esistenza.

Io non ho ancora parlato direttamente del Corto-metraggio perché semplicemente non credo abbia bisogno di un fondamento che gli dia credibilità o peggio ancora lo spinga verso l’Arte propriamente detta. Tanto più non credo nei fondamenti forti e tanto meno a confini atrofizzati di concezioni dell’arte. Non credo neppure che il Corto-metraggio sia una sorta di laboratorio preparativo al mondo più adulto del Lungo-metraggio (Il Film), semmai, credo che il primo è di più facile gestione, sia a livello produttivo che realizzativo (può essere autoprodotto), il secondo è una vera e propria industria che risponde a tutte le leggi di mercato e a tutte le strutture (ma non dimentico che se il cinema è industria il suo prodotto è comunque qualcos’altro).

Dunque non penso che il cortometraggio vada giustificato:
esso è perché è divenuto (venuto da, non un’origine), esso è perché diviene (va verso), è stato (cinema delle origini), sarà differente (a venire). Siamo nel tempo che è durata, viaggiamo nella nostra memoria che è anche un Essere-memoria, parliamo solo di ()-metraggi temporali che si perdono nello spazio inquantificabile, viviamo vite inattuali dispersi in immagini-ricordo che sono le nostre affezioni.
Siamo nel cinema, il cortometraggio...
quanto tempo mi rimane?

Bibliografia essenziale
Henri Bergson, opere.
T.M. Gilles Deleuze, opere.