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Federico Aldrovandi

 

INTERVISTA AD ADRIANO VALERIO

Ciao Adriano e grazie per quest'intervista.
Quando hai deciso di trasferirti a Parigi e come ti trovi a lavorare in Francia?

Vivo in Francia da 7 anni. Sono venuto per un anno sabbatico, a studiare cinema dopo una grottesca laurea in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano. Poi Parigi mi è piaciuta molto, ho trovato lavoro e sono rimasto fino ad ora (anche se in realtà ultimamente sto vivendo tra qui e Berlino).

Ci racconti della tua esperienza di insegnamento?

Appena finiti gli studi alla International Film School of Paris mi è stato proposto un posto come assistente di Nenad Dizdarevic, un vero maestro per me. L’anno successivo Nenad è stato nominato Direttore Pedagogico e mi ha chiesto di insegnare regia al secondo anno. All’inizio ero un po’ spaventato, ma ora comincio ad apprezzare davvero il mio lavoro. Conosco ogni anno una ventina di studenti che vengono da tutto il mondo e preparare le lezioni mi obbliga a continuare e approfondire la mia ricerca personale.

Tra i tuoi lavori che amiamo di più c'è sicuramente “Un bel dì vedremo”. Com'è nato questo progetto e pensi in futuro di tornare a girare un documentario?

“Un bel di’ vedremo” ha rappresentato un’esperienza molto importante per me. Per la relazione che si è instaurata con il protagonista e per il mio primo approccio al documentario. Ora sono più concentrato su dei progetti di fiction, ma certo tornero’ presto al documentario. Sto sviluppando una ricerca su un palombaro livornese, un personaggio incredibile con una storia altrettanto incredibile, con sfondo le vicende del primo dopoguerra. Sarebbe un lavoro in cui si mischiano interviste, fiction e animazione. Spero di ottenere presto i finanziamenti per continuare questo lavoro.

Qual'è il corto a cui sei più affezionato?

Difficile dirlo. “Un ange passe” è stato il primo film girato qui, “Claire” mi ha dato un lavoro, “Orbite” è stata una meravigliosa esperienza di improvvisazione, con una troupe semplicemente fantastica. Pero’ tutto sommato forse “Da lontano” resta la storia alla quale sono più affezionato, la più intima.

Normalmente, come nasce l'idea per il tuo prossimo progetto?

Ogni progetto è nato in maniera diversa. L'unica costante è che ho un diario nel quale annoto situazioni, persone, passaggi di libri, musiche che mi colpiscono.
E qualsiasi sia la storia che racconto qualcuna di queste annotazioni finisce per diventare parte della scenaggiatura.
A volte addirittura (vedi "Claire") la storia è una specie di collage di queste situazioni, alla quale cerco di dare una drammaturgia più o meno funzionale.
Ma credo sia qualcosa di molto naturale e comune a tutti i registi.

Ti avvali solitamente degli stessi collaboratori?

Ci sono alcuni collaboratori con i quali ho lavorato più volte e con i quali credo che continuero’ a farlo. Frank Van Vught e Gianmarco Rossetti sono due direttori della fotografia che ormai conoscono molto bene quello che voglio e le atmosfere che cerco. I Quattro fiori per Zoe hanno firmato le musiche di quasi tutti i miei lavori.

Parlando di impatto col pubblico e nei festival: ti sembra che il tuo lavoro venga aprezzato di più in Italia o all'estero?

Sono anni che appena un francese vede un mio film dice che c’è un tocco italiano e appena torno in italia tutti mi dicono che si vede dalle atmosfere e dai ritmi dei miei lavori che ho assorbito la lezione del cinema francese. Non saprei proprio dire. A livello di distribuzione ho avuto maggiore successo in italia, anche se Da lontano e Orbite sono stati visti in una decina di paesi europei.

Possiamo chiederti di cosa ti stai occupando in questo momento?

Ho appena finito le riprese di un cortometraggio qui a Parigi, un adattamento di un racconto di Ilaria Bernardini. Comincio il montaggio settimana prossima. Sono piuttosto soddisfatto del girato, abbiamo fatto un gran lavoro sull’immagine (abbiamo girato in alta definizione con una telecamera Arri di ultimissima generazione) che continuerà con la correzione del colore a Londra. E poi sto scrivendo due lunghi, uno con Miriam Dubini, ambientato tra Torino e la Romania ed uno su commissione, per una casa di produzione francese.


Intervista a cura di Serena Zanzu, febbraio 2010