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Federico Aldrovandi

 

INTERVISTA A ROBERTO SCHOEPFLIN

Sei regista, operatore, montatore in tutti i lavori che hai fatto. Perché, praticamente, fai tutto da solo?

Il fatto di girare in prima persona è sia per un discorso di budget che per un discorso di comodità.
Non vedo perchè mi devo affidare a una persona esterna per le riprese quando sono perfettamente in grado di farle per conto mio con discreti risultati. In più non ci sono i soldi per pagare tecnici. Io non sono nessuno per potermi permettere una troupe al completo quindi, mi devo accontentare.
Per quanto riguarda il montaggio idem. E' la parte più importante della realizzazione del film, è quella parte della regia che permette di dare al film il verso giusto.
Da quando avevo 10 anni mi sono fatto le ossa lavorando con moviole super 8 per montare i miei primi filmini e successivamente con moviole più grosse tipo prevost 16 e 35mm. Oggi nonostante il computer non è cambiato molto, la base del montaggio è sempre un taglia e cuci, ma con il vantaggio che fai tutto più rapidamente senza toccare, rischiando graffi e sporcizia, la pellicola. Per il film Pochi maledetti e subito mi sono occupato personalmente anche dell'estrazione delle scene dal negativo originale per la posa finale con un semplicissimo tavolo girafilm.

Quanto conta la conoscenza della tecnica nel fare cinema?

Secondo me è fondamentale. La conoscenza tecnica è ciò che ti libera e ti permette di trovare soluzioni alternative anche quando il budget del film è basso o totalmente inesistente. Un'altra cosa importante è la sperimentazione pratica delle cose, per cui, essendo padrone dei mezzi che utilizzo, mi posso permettere di fare tutte le prove che voglio prima di ritrovarmi sul set, incluso i test sulla pellicola scaduta...

Ti ho conosciuto 14 anni fa ed avevi in mano una camera in super 8. Come è cambiato il tuo rapporto con la pellicola?

All'inizio il problema più grosso di quando giravo in pellicola (che fosse 16mm o super 8) era il tempo che passava tra la ripresa e la visione del girato, infatti dovevo aspettare almeno due settimane prima che il laboratorio lo rimandasse indietro. Per questo motivo mi sono cimentato nello sviluppo della pellicola invertibile bianco e nero e poi colore con un paio di tank di produzione Sovietica, una per il super 8 e una per il 16mm, accorciando molto i tempi. Uno dei miei primi esperimenti di sviluppo in 16mm è il cortometraggio "Fuori Sincro" con Lapo Vannini (uno degli attori che poi ha lavorato nel film Pochi maledetti e subito)[…]

Però, per il mio lavoro giro spesso anche in video digitale. Le prime volte è stato traumatico non riuscendo mai a ottenere i risultati sperati. Successivamente mi sono ricreduto perchè la tecnologia ha fatto dei bei passi avanti. Ora si può dire che in digitale, con un po' di accortezza e delle buone ottiche, si può tirare fuori anche qualcosa di molto simile al film su pellicola. Chiaramente resta un'emulazione del film celluloidale ma se i soldi sono pochi o non ci sono proprio è l'unica via di scampo.
Io penso che la cinepresa lasci un marchio indelebile, a differenza della telecamera, che non può essere cancellato. Questa è la vera differenza. Non si può cancellare per riregistrarci sopra con un semplice tasto.
Girare in pellicola, per me, significa avere un’idea ben precisa di quello che vuoi e per questo devi conoscere bene i tempi e tenere a mente che prima o poi la pellicola finisce, infatti ogni caricatore ha una durata di 10 minuti di ripresa quindi una bella limitazione nell’era del digitale. D'altrocanto bisogna dire che girare in digitale e ottenere buoni risultati richiede molta più pazienza e impegno rispetto alla pellicola, soprattutto per l’aspetto fotografico del film.
[…] Purtroppo le spese, lavorando in pellicola, lievitano, anche se c'è un modo per poterle controllare, come l'utilizzo di lotti di pellicola non proprio freschi di fabbrica o spesso scaduti che però, previo test di sviluppo, danno ottimi risultati costando molto meno…e questo è il caso di "Pochi maledetti e subito".

Hai girato un lungometraggio in 16mm "pochi, maledetti e subito" con una troupe di poche persone. Raccontaci questa esperienza.

Quando abbiamo deciso di girare questo film io e Massimiliano Pruneti, il direttore della fotografia, sapevamo bene o male a che cosa saremmo andati incontro, avendo collaborato ad altre piccole produzioni. Cominciammo a fine ottobre del 2005 con l’episodio "il fondo" in esterno notte, con un gruppo elettrogeno, qualche quarzina e molti amici a disposizione. La cosa fondamentale era organizzare le riprese in un modo tale che una volta sul set non ci saremmo fermati per nessun motivo. E così è stato. Con William Pagano abbiamo fatto una lunga preparazione sul testo, indubbiamente difficile. Il carrello che serviva per la ripresa era la mia macchina, una fiat 600, quindi leggera, che con l’ausilio di quattro forti braccia avremmo spinto avanti e indietro. Con il secondo episodio "Lorenzino", che abbiamo girato un mese dopo, abbiamo sperimentato la tecnica del trasparente, sia per un motivo estetico che per uno pratico. L’idea era di dare al personaggio una condizione di irrealtà, visto lo stato confusionario in cui si trova, e tramite la retro proiezione di una strada in movimento – molto in movimento – era possibile creare questa condizione, in più aveva il valore aggiunto, essendo una tecnica che non si usa più o comunque molto raramente, di essere un buon esempio di cinema nel cinema oltre al fatto che non dovevamo muoverci dal garage per fare una camera-car. I problemi sono nati dopo i primi due episodi per cui dovevamo trovare o ricreare degli ambienti un po’ più realistici. I materiali non è stato difficile reperirli, spesso davanti ai cassonetti si trova di tutto, da porte a vere e proprie cucine per non parlare del legno grezzo che si può ricavare dai pancali. Il problema erano i tempi di realizzazione e gli spazi. Uno spazio che abbiamo usato fino all’ultimo episodio girato, è il solito garage. Max e io abbiamo cominciato gradualmente a trasformare l’ambiente per ricreare una sezione dell’appartamento dell’episodio "Da casa mia a Caterina" . Io in questa cosa ho dato ben poco aiuto essendo un pessimo pittore e/o artigiano/falegname. Max ha progettato e realizzato da solo tutte le scenografie del film con pochissimi aiuti esterni (pochissimi soldi) e c’è voluto più del tempo previsto. Nel frattempo che i set venissero realizzati procedevamo con gli esterni. Girammo il natale, per i festoni e gli addobbi nel 2006 e 2007 durante, appunto, il periodo natalizio. Poi procedemmo per gradi, quando c’era la pellicola e gli attori erano pronti, con permessi e attrezzature ci recavamo sui set naturali, urbani e non, per ricreare quelle scene che nel montaggio avrei ricomposto stando attento alle incongruenze.
Alla fine dietro la macchina da presa eravamo sempre in pochi. Regista-operatore, scenografo-direttore della fotografia e fonico. I primi due erano sempre gli stessi io e Max per la fonica ci siamo affidati quasi sempre a persone diverse solo per motivi di disponibilità. Gran parte del sonoro lo abbiamo registrato con un registratore Nagra 4 che ho acquistato per pochi soldi su ebay più o meno come le cineprese […].Però quando dovevamo lavorare più leggeri, tipo in esterni, usavamo il dat.
Nonostante fossimo pochi dietro la macchina da presa durante le riprese, hanno collaborato tantissime persone con le più svariate mansioni durante la progettazione logistica e pratica del film e ognuno di loro ha dato un contributo che ha permesso al film di vedere la luce. Mi ha fatto molto piacere vedere che tanti amici e conoscenti si sono dati da fare con serietà per il film sostenendomi sempre durante i vari momenti ciritici. In un certo senso trovo in parte imbarazzante costringere delle persone a rinunciare al loro tempo libero per venire a girare un "film"… trovo che il set di un film, povero o ricco, con stars o sconosciuti, sia comunque un luogo molto noioso per chi è di passaggio. Ci sono un sacco di tempi morti.
Io per questo film ho anche vissuto sul set. Non per un discorso affettivo ma pratico, si dà il caso che tutto l’appartamento che si vede nell’episodio "il neoromantico" sia casa mia e per apportare le modifiche necessarie e scenografare il tutto è stato necessario spostare la maggior parte dei mobili compreso il mio letto con grande pazienza e tolleranza della mia compagna. Casa mia è stato un cantiere per tre mesi, non per essere ristrutturata ma per girarci un "film". Quando lo dicevo a giro o la gente veniva a trovarmi mi prendeva per pazzo e forse… aveva ragione.
Le riprese per tale figlio le facemmo la prima settimana di luglio del 2007 nei boschi di Falciani e in un pomeriggio concludemmo. Ho girato la maggior parte delle sequenze a spalla sia per praticità, sia per utilizzare un obiettivo kinoptik grandangolare che mi era stato prestato da un amico. Il grandangolo, infatti, aiuta molto durante la ripresa a mano attenuando i movimenti. Ho deciso di provare nella salita che si vede all’inizio del film in cui seguo i due personaggi di spalle…Una bella scarpinata che però ha dato il risultato sperato. Anche quella volta riuscimmo a finire prima che calasse il sole, ma il giorno dopo eravamo pieni di punture di insetti su tutto il corpo specialmente io e Max. Il giorno dopo ancora il Cecchi discusse la tesi di laurea.

Come regista qual'è stato l'approccio con la scrittura del Cecchi, soggettista e co-sceneggiatore del film?

Ottimo direi, Matteo scrive in modo molto chiaro, lineare, descrittivo, a volte troppo descrittivo, e ha lo spirito di sintesi tipico di uno sceneggiatore. Quello che mi ha colpito di più nelle storie di Pochi maledetti e subito è il fatto che riuscisse a concentrare un’ intera storia in un poche righe, senza punteggiatura, in prima persona in un fiorentino parlato molto stretto. Ogni racconto aveva un inizio e una fine. Erano storie torbide confessate da personaggi di strada per lo più disperati. Mi sembrava una Spoon River fiorentina.I racconti in totale erano dodici ma ne ho selezionati sette, inizialmente, poi per vari motivi sono rimasti in sei. La sceneggiatura, a parte ambientazioni e azioni, era già pronta e con qualche taglio e "alleggerimento" gergale sarebbe stata ottima per un film a episodi.
Matteo quindi ha seguito, in (quasi) silenzio, tutte le fasi di lavorazione del film interpretando inoltre il ruolo di Lorenzino (il ragazzo morto) nel secondo episodio.

Hai collaborato con filmmaker autori come Graziano Staino. Come interagisci insieme ad un altro regista?

Con Graziano mi trovo molto bene perché ama il rischio… sa cosa vuole e osa rischiare per ottenerlo, anche sperimentando sul set. Riesce a fare video molto belli per niente scontati, ricchi di dettagli estetici quasi pittorici. Abbiamo girato due video insieme. Quello dei Martinicca Boison e quello degli Afterhours, quest’ultimo, sempre, nel mio garage. Abbiamo ripreso insieme anche lo spettacolo dal vivo Fenomeni di Piero Pelù con Sergio Bustric. E’ stato molto divertente lavorare con Graziano anche perché in due condividi un po' di responsabilità.

Cosa pensi del cinema italiano che si vede nelle sale attualmente?

Nelle sale, prima di tutto, di cinema italiano ce n’è ben poco. Poi se per cinema Italiano si deve considerare quello che in realtà è televisione sul grande schermo, dico solo che viviamo in un periodo di totale oscurantismo. Oltre a questo si sommano i volti noti. Ne ho piene le scatole di vedere sempre le stesse facce negli stessi ruoli. Dell'eccessiva promozione di certi prodotti che sarebbe bene nascondere invece di metterli in mostra. Mi piacerebbe che il cinema si rinnovasse un po', che ci fosse un po' più uno spirito rivoluzionario. Che si ricreasse quel fermento che ha portato autori come Godard e Trouffaut a manifestare contro certe logiche di festival cinematografici.

Quale sarà il tema del prossimo lungometraggio che vorresti fare?

Il tema è top secret ma posso dire che il genere, è di fanta-scienza-in stile di Matteo Cecchi. O forse qualcos’altro..di più classico.


Intervista a cura di Francesco Azzini, maggio 2010