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ARTICOLI
DI CINEMA
La
società è degli architetti?
Piccolo diario di bordo di una "barcarola urbanistica" che
sta affondando!
di
Francesco Azzini
Visioni
passate
Ogni giorno nel mondo milioni di persone si svegliano dentro scatole vuote
ornate con qualche poster Ikea alle pareti. I lampadari toccano il pavimento
e nel bagno non si può certo dormire. Escono fuori, nella strada
sempre più ridotta a mero tracciato che separa gli scatoloni di
cemento da quelli in mattoni, per andare a vivere la "Metropolis".
Molto spesso le loro auto e biciclette sobbalzano sulle buche dell'asfalto
e girano intorno a rotonde che ti fanno rimpiangere la vecchia giostra
del luna park. Fanno vomitare! Non c’è tempo per pensare
e via dentro l'ultima spesa dentro il nuovo tempio del rinascimento, il
centro commerciale in cemento!
E' allora che si può cominciare a raccontare quello che un figurino
francese aveva visto per primo: palazzi di cristallo che svettano alto
nel cielo oscurando anche l'arcobaleno. Miraggi di monumenti che compaiono
solo per i nostri occhi non vedenti. Cucine iperboliche che se non si
fa attenzione, ingoiano il cuoco in un sol boccone.
Atene
1933
I congressisti in arrivo da Marsiglia a bordo della nave Patris II, sbarcano
al Pireo nel pomeriggio del primo agosto. E' iniziato il IV Ciam, il congresso
internazionale di Atene dal tema: "La ville fonctionnelle".
Si discute animatamente tra architetti urbanisti, ingegneri in doppiopetto.
Il congresso si chiude senza produrre alcun documento finale. L'elaborazione
degli argomenti trattati viene riproposta per il viaggio di ritorno verso
il porto francese. Non si riuscirà a trovare un accordo ed allora
l'assemblea plenaria presieduta da Van Eesteren deciderà di redigere
una versione definitiva del IV Ciam 1933. Solo nel 1935 uscirà
sulla rivista di architettura "Technika Chronika/Annales Techniques"
la pubblicazione degli atti ufficiali della Conferenza d'Atene: "Constatations
du IV Congres", questo il titolo.
Il nucleo fondamentale delle Constatations verte sul tema: "Lo stato
attuale delle città ed i loro bisogni". E' una meticolosa
analisi delle quattro principali e prioritarie funzioni che costituiscono
la chiave dell'urbanistica moderna:
abitazione, tempo libero, lavoro, circolazione.
"L'abitazione
deve essere considerata come l’elemento fondamentale dell’urbanizzazione!".
"Gli
interessi privati devono essere subordinati agli interessi collettivi"
con questa frase si chiude il documento del Ciam di Atene 1933.
Questo accadeva più di settanta anni fa.
Berlino,
sinfonia di una grande città
"Berlin, Eine Stadt Die Es Nicht Gibt" cortometraggio diretto
nel 1994 da Max Cavallo fa da contro altare al capolavoro di Walter Ruttmann.
Del primo atto ci colpisce la visione di una città in movimento
ricca di una serie di volti berlinesi che ci guardano. Una statua "di
carne" scorre sul piano orizzontale dell’inquadratura come
se fosse posta sopra un nastro trasportatore.
Nell’inquadratura del secondo atto trionfa la leggerezza delle forme
architettoniche; dai basamenti architettonici alle affusolate ciminiere
delle industrie.
Una voce femminile tedesca chiude ed apre il terzo atto.
Ci descrive la Berlino che verrà; ci racconta dei panini infarciti
che non sono più quelli di una volta, di quando c'era il muro di
Berlino. Intanto enormi gru abitano giganteschi cantieri nel cuore della
Germania. Molto presto tutte le precedenti forme architettoniche saranno
macerie per far posto a nuove architetture forse più psichedeliche!
"Berlino una città che non esiste".
Se
"Pam" videominuto di Michele Aquila rappresentasse il nostro
prossimo futuro di ambiente urbano?
Ponti, sotto
attraversamenti, gallerie e piccoli eventi quotidiani come un "Suv"
che piove dal cielo e si pianta nel bel mezzo di un'autostrada. Ma queste
immagini si vedono già nella realtà, dirà qualcuno.
Chi di noi non ha mai visto "un pezzettino" di Los Angeles?
Monsieur
Hulot e il caos metropolitano
Il cinema di Jacques Tati è un imperdibile e riflessivo momento
e la spiegazione d’azioni di mercificazione di alcune formule astratte
dibattute ai congressi urbanistici.
Il personaggio di Hulot raccontato nei film "Mon oncle" e "Playtime"
che avremo l’occasione di guardare all’interno della rassegna
"Cineark, la società degli architetti 2006" è
movimento che circola dentro un set movimentato, la città, svelandone
le complesse contraddizioni.
Nel film "Mon oncle" il dinoccolato signore è la cerniera
che unisce il vecchio quartiere Saint-Maur- les-Fossés con la super
tecnologica e moderna villetta della sorella di Hulot, sposata ad un ricco
industriale dal cognome Arpel. I coniugi hanno un figlio Gerard che adora
le stravaganze quotidiane dello zio. Hulot abita l’attico povero
di un condominio a più piani. E' un palazzotto dove si conoscono
tutti. All'’interno della tromba delle scale, visibile esternamente,
si possono fare interessanti incontri.
Il tessuto urbanistico è denso ma ricco di spazi dove socializzare.
La motoretta bizzarra usata da Hulot per girovagare fa da "trade
union" meccanica: dalle strade colorate del quartiere alle tangenziali
che portano a fabbriche e centri commerciali.
La villa tecnologica completamente inventata e costruita per le scenografie
del film è l'esempio architettonico ed asettico delle quattro nobili
funzioni espresse dal Ciam. La signora Arpel abita in maniera lussuosa
all'interno delle mura; la cucina ricca di tutte le novità tecnologiche
domestiche si rivela però una catena di montaggio di una fabbrica
metalmeccanica; il giardino che rappresenta il tempo libero è vissuto
come percorso ad ostacoli da quante limitazioni contiene. Il bambino Gerard
non può correre sull'erba perché deve poggiare i suoi piedini
solo sulle mattonelle che segnano il percorso "artistico" per
accedere alla residenza. Il garage può diventare una prigione perché
il cancello automatico è progettato da menti fredde e diaboliche.
Hulot riesce a muoversi bene all’interno di questa trappola abitativa.
Gioca con i suoni emessi dai mobili dello spazio dinner, rompendo l'azione
degli elettrodomestici e rompendo, se necessario, materialmente gli oggetti
troppo complicati per interagire con l'uomo. Hulot riesce a cambiare lo
scopo per cui è progettato un materiale d'arredo moderno: il disegno
di un'incomprensibile poltrona dello spazio soggiorno è rivisto
nel suo concetto di funzione. Hulot usa la poltrona come letto del futuro.
In "Playtime"
il personaggio di Monsieur Hulot si moltiplica all'infinito, diventa tanti
personaggi, pedine nella nostra società. Hulot circola per una
metropoli del futuro. Tati ricostruisce una città Tativille (nel
film Alphaville) in otto ettari di terra concessi da Comune di Parigi
nel Bois de Vincennes. Ci dimostra che tutte le grandi città sono
uguali fra loro. L'aeroporto è l'esempio più lampante. Una
signora americana appena "sbarcata" nello spazio aeroportuale
esclama "che bella Parigi sembra di essere in America!".
Alle flotte di turisti che invadono gli enormi edifici di cristallo non
importa capire una città, basta vederla. Sembra che sia più
importante l'azione di visitare, muovendosi tra un interno di un grande
magazzino ed un esterno cementificato ed asfaltato per contenere pesanti
pullman zeppi di turisti che fermarsi a constatare che le immagini della
Torre Eiffel e dell'Arco di Trionfo sono miraggi specchiati sulle vetrate
e porte a specchio delle mastodontiche architetture. Non vi sono differenze
tra il fuori ed il dentro di questi edifici. Hulot, muovendosi per la
grande città con lo scopo di incontrare un dirigente di una multinazionale,
il dottor Giffard, mette a nudo le deficienze di quest'ultima in maniera
innocente ed indifferente. La costruzione dei palazzi di cristallo tradisce
l'ossessione di ottenere una comunicazione perfetta solo con la vista.
Queste grandi costruzioni trasparenti però fungono alla fine da
acquario dove ciascuno guarda l'altro senza capirsi e soprattutto senza
incontrasi. Un ristorante lussuoso appena terminato è fatto oggetto
di visita da parte di Hulot. Ebbene il nostro "invisibile eroe"
riuscirà involontariamente a smascherare le innumerevoli mancanze
strutturali dell'architettura appena inaugurata: spalliere di sedute che
lasciano il segno sugli abiti eleganti dei commensali, decorazioni posticce
che si squagliano con il calore proveniente da lampade per l'illuminazione;
le porte rigorosamente in cristallo sono così invisibili da andare
in frantumi.
"Playtime" quando uscì nelle sale nel 1967 non ebbe successo
tanto che la società produttrice di Tati (la Specta Films) fallì
trascinando il cineasta dentro un vortice di debiti. Nel 1956 in Francia
è abolita una legge urbanistica che limitava la costruzione di
edifici sopra i 31 metri di altezza. Questo accade perché già
si pensa di continuare un'incontrollata demolizione di molte zone della
vecchia Parigi. Il quartiere di Les Halles ne è un esempio. Nel
1967 non c'erano tutti quei palazzi che ci sono oggi, le persone non erano
rinchiuse in quelle gabbie di vetro. In "Playtime" compaiono
i primi grattacieli e palazzi di cristallo che svettano alti nel cielo
e che anticipano gli orientamenti della nuova progettualità architettonica
ed urbanistica parigina. Il film diventa attuale venti anni più
tardi e sicuramente è ammirato molto più adesso che non
quando fu sfruttato commercialmente.
"Playtime
non assomiglia a niente di ciò che già esiste al cinema:
nessun film è inquadrato o missato come questo. E' un film proveniente
da un altro pianeta, dove i film si girano in modo differente. Forse che
Playtime è l'Europa del 1968 filmata dal primo cineasta marziano,
il loro Luis Lumiere? Dunque, vede ciò che non si vede più,
sente ciò che non si sente più, e filma in modo diverso
da noi."
Francois
Truffaut, lettera a Jacques Tati.
Firenze:
dall'immobilismo all'immobiliarismo
Quando l'urbanistica è dettata dalle esigenze della speculazione
edilizia
Il corto,
fin dalle prime immagini, denuncia e mette in evidenza alcuni esempi di
edifici architettonici e urbanistici privi di un legame culturale con
la città di Firenze e degni "rappresentanti in cemento"
della dilagante "cultura ed estetica del brutto" così
imperante in Italia e nel resto del mondo.
É
stato scelto il tema del viaggio; il viaggio fisico, insieme a un personaggio
decisamente fuori dalle righe come il Professor Adriano Cemento che a
bordo di una macchina d'epoca, un'Alfa Romeo 2000 del 1974 color verde
pino, ci accompagna e ci invita a osservare le architetture in questione.
Il Professore, docente di Teoria e Tecnica della Cementificazione di Massa
presso la Facoltà di Agrigento e massimo esperto in Italia in materia,
quasi si infuria quando intravede un muro di mattoncini rossi, le mura
della maestosa Fortezza da Basso di Antonio da Sangallo costruita nel
1534 e Patrimonio dell'Umanità (Unesco) dal 1982.
Il "registro"
del cortometraggio è volutamente ironico: comunicare esaltando
i difetti, elogiare gli errori, osannare l'oggetto delle nostre critiche.
Si usano i codici sui quali si fonda il mito della Firenze Rinascimentale
per evidenziare l'assoluta mancanza di riferimenti estetico culturali
nella costruzione di un grattacielo rosso: il "Brindellone",
Hotel del gruppo Hilton, che "oscura la visione del Duomo di
Firenze".
La progettazione
della rete stradale che governa il traffico cittadino è catastrofica
ma molto interessante per il nostro professore: "rotatorie"
realizzate su solette di cemento dalle forme sghembe che invece di regolare
il flusso del traffico lo fermano con la conseguenza su gli automobilisti
di fargli rimpiangere il vecchio ma efficace semaforo. La politica di
costruzione di decine di centri commerciali a danno di aree pubbliche
e verdi cementificate irrimediabilmente. L'Architetto Adriano Cemento
improvvisa un balletto proprio all'interno della gigantesca conca in cemento
del capolavoro dello studio di Adolfo Natalini: il Centro Commerciale
Coop di Gavinana. Orrendi parcheggi realizzati anche a ridosso di opere
architettoniche che costituiscono il Patrimonio dell'Umanità come
il caso del mostro alla Fortezza da Basso. Il futuro urbanistico fiorentino
sarà compromesso per l'eternità dal sotto attraversamento
dell'alta velocità (TAV). I nostri grandi politici
toscani con la complicità dei progettisti costruiranno una galleria
di 7 km sotto la città, un verme sotto la terra che divorerà
finanze pubbliche e la salute dei suoi cittadini senza risolvere i problemi
per cui è concepito.
E il milione
ed ottocentomila metri cubi di cemento che saranno gettati sulla Piana
di castello, ultimo lembo verde che separa Firenze da Sesto e Prato?
Così risponde il Professor Cemento nell'’inquadratura finale
del cortometraggio:
"Ci sarà un grandissimo futuro qui, perché
dove c’è Cemento c’è speranza!"
Dillinger
è morto davvero
Una pistola diventa un soprammobile se è arrugginita. Il designer
è un professionista meticoloso ed allora smonta l'arma; un pezzo
alla volta viene scrostato e oliato a dovere per tornare a fare quello
per cui è stato disegnato e concepito: ammazzare, abbattere. Il
"designer Michela Piccoli" l'interprete di uno dei più
intensi lungometraggi di Marco Ferrari torna nel proprio appartamento
e lì rimane un tempo infinito. Gira per i moderni ambienti arredati
con gusto incrociando altre due vite, la moglie inchiodata psicologicamente
al letto e la governante spianatrice di intense pulsioni sessuali. La
cucina è vista come un laboratorio dove sperimentare nuove e ricercate
ricette culinarie. Il designer è creativo anche con il cibo. Solitario
e silenzioso osserva alcuni fulmini di famiglia riservandosi una proiezione
speciale. E la nave va…
Requiem
"Un uomo si risveglia in una stanza sconosciuta, dove incontra probabili
conoscenti. Ogni volta che uno scompare, una parte del suo corpo rimane
immobilizzata".
Così si presenta il corto di Milo Busanelli che si sposa alla perfezione
con il lungometraggio di Ferrari e gioca con le architetture del corpo
fisico. Un piccolo viaggio claustrofobico come claustrofobica è
l'azione di Michela Piccoli.
Il 18 dicembre si concluderà il breve percorso cinematografico
dedicato al rapporto dell'uomo/donna con l'architettura. Dalla visione
dei grandi spazi urbanistici di una Berlino che non c'è più,
filmati da Ruttmann alle inquadrature in campi lunghi di Tati, termineremo
il viaggio cinematografico all'interno di un appartamento, quello di Dillinger!
Conclusioni
La società è degli architetti o dei geometri?
(con tutto il rispetto per chi geometra lo è davvero)
Francesco Azzini
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