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ARTICOLI DI CINEMA

provocAzioni: Guy Debord
Il cinema è morto: si dia inizio al dibattito
di Gianluca Longhi

"Ho meritato l'odio universale della società del mio tempo, e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere" (Guy Debord)

E' a partire dallo schermo nero di Hurlements en faveur de Sade (1952), oltre quaranta minuti di "nulla" e una manciata di dialoghi rigorosamente slegati da qualunque possibile logica di senso che comincia l'avventura cinematografica di Guy Debord (1931-1994) poi teorico del situazionismo, tuttologo e dottore in nulla.
Solo un pazzo poteva ambire ad uccidere il cinema in tempi in cui la televisione non aveva ancora preso il sopravvento nel'immaginario collettivo, eppure secondo Debord il cinema era l'emblema di una tragica separazione che doveva essere (hegelianamente) superata: quella tra attore e spettatore.
La società dello spettacolo (1967) è un testo (che diventerà film nel 1973) fondamentale per comprendere l’avvento nella società post-capitalistica in cui la merce diviene immagine, l’avere apparire, il vissuto rappresentazione. Più tende a predominare la rappresentazione più la vita si trasforma in simulazione e il vissuto si estingue. L'uomo di fronte all’accumulazione di spettacoli si passivizza, diviene spettatore di una realtà prodotta da altri. Il sogno diventa un sonno di cui lo spettacolo fa da guardiano. Già con i corti Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps (1959) e Critique de la separation (1961) in buona parte pezzi di film astratti dal loro contesto comunicativo Debord cerca di individuare possibili strade verso il superamento di questa separazione, emblema dell’alienazione dell’uomo contemporaneo e prelude al concetto di détournement anticipando un meccanismo delirante di distruzione della logica del potere che sarà fondamentale per il movimento del 77’. Détuornement è un linguaggio fluido di anti-ideologia per cui non si combatte un messaggio tramite la dialettica classica (cioè trovando argomentazioni vere\false da opporre al messaggio da controbattere) ma tramite il disorientamento, la svalorizzazione di quello originale. Il soggettivismo diviene radicale perché è chi detourna che decide un nuovo e soggettivo significato da conferire al messaggio (pensate al subvertising del gruppo canadese di Adbusters). Attualmente il messaggio politico utilizza il linguaggio pubblicitario divenendo falso indiscutibile nel senso che non è più il principio della realtà ma la simulazione che regola un’affermazione pubblicitaria\politica e contro di esso il giudizio critico non può nulla. Come può Socrate confutare il fatto che Omnitel ti fa vivere senza confini? Non si può porre la ragionevolezza all’assurdo; attraverso lo specchio Alice non può parlare il linguaggio del suo mondo ma deve subentrare nella logica del (non)senso dell'(ir)realtà in cui si trova; deve cambiare il codice a seconda della situazione. Il détournement è quest’arma di difesa contro la comunicazione che nel tardo-capitalismo diviene pubblicità, è una macchina da guerra volta alla produzione di un vero e proprio spiazzante delirio comunicativo che distorce la logica univoca del messaggio spettacolare.
Le innumerevoli parodie dei motti berlusconiani apparsi sui messaggi pubblicitari sono l'emblematico esempio di unico sovvertimento possibile alla logica del potere che utilizza il linguaggio pubblicitario-spettacolare perché esso non può essere negato con argomentazioni obiettive e ragionevoli. Si tratta ora di affinare le armi del sovvertimento e produrre una vera e propria moltitudine di punti di vista, riappropriarsi soggettivamente del senso, superare la dimensione dello spettatore la cui visione del mondo è stabilita da altri.
Lo schermo è nero, il cinema è morto (anche l'arte deve morire per divenire vita). Sarà l’uomo artefice e costruttore delle proprie situazioni?

Debord ha cercato di trasformare in vita le sue idee e dieci anni fa (30-11-1994) si è tolto la vita decidendo personalmente di essere determinante della propria morte.
Coerenza o disperazione?


Gianluca Longhi