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ARTICOLI
DI CINEMA
Dogville
- Lars von Trier
di
Raffaello Scolamacchia
Nella cittadina
disegnata per terra, senza muri né porte, né finestre che
separano lo spazio della messa in scena, Lars von Trier ci regala uno
spietato sguardo sull’umanità e, insieme, una splendida parabola
dai rimandi apocalittici. Ci narra una storia con toni suadenti e rassicuranti
perché più profondamente possiamo perderci nel disagio e
nello sconforto, ci offre una protagonista sublime perché il suo
oltraggio ci arrivi ancora più insopportabile.
Come ne Le onde del Destino, il film è suddiviso in nove capitoli,
tutti introdotti da ironici prologhi che ne sdrammatizzano lievemente
l’effetto epico e che lasciano presagire un finale liberatorio.
La Grace che piomba a Dogville è troppo bella e pura per non indurre
in tentazione, la sua presenza è capace di mettere a nudo i corpi
già privi dello scudo delle pareti. La gente di Dogville non è
cordiale e comprensiva, ma soltanto ipocrita e crudele, e non è
per nulla estranea alle dinamiche del profitto e dell’interesse,
come il giovane filosofo che ne fa da interprete e guida si illude che
sia. Pur di far progredire la propria comunità nella capacità
di accettazione, il giovane Tom ne tollera anche le pretese più
assurde, fino a che la presenza di Grace a Dogville non assume il senso
del vero sacrificio. D’altra parte, la bellissima straniera pare
assumere su di sé questo compito in maniera troppo remissiva per
essere giustificata solo dal timore di una delazione, anziché sottintendere,
invece, la propria predestinazione. E la violenza che Grace deve subire
è davvero troppo odiosa se la donna ne accetta l’orrore e
le conseguenze con la rassegnazione di una santa; tanto più che
l’occhio della macchina da presa non stacca mai: è lì,
come sono lì tutti gli altri di Dogville, immersi e distanti nella
scena di violenza, ignari ma partecipi. Perché tutto è visibile
e tutto accade nello stesso luogo e nello stesso istante.
Ma tutto il peso e l’angoscia che il demiurgo danese crea dal nulla
e alimenta con la magia di una narrazione scarna ed allegorica (torna
in mente l’atmosfera de Le onde del Destino), esplodono in un finale
di pura catarsi.
Allora non è azzardato vedere nella figura di Grace la grazia di
Gesù Cristo, tornato sulla Terra, a Dogville, per mettere alla
prova i cani che la popolano, in attesa che arrivi suo padre Dio a giudicare
le loro malefatte. Semmai, l’elemento innovatore è che Gesù,
questa volta, ha l’opportunità di vendicarsi di coloro che
lo hanno offeso ed umiliato: il potere gli viene concesso dal padre che,
pur di riaverlo con sé, gli concede di dare fuoco alle polveri.
Lo spettatore, così, beneficia della consolazione della vendetta
e può tornare a casa sollevato perché il dolore è
stato ripagato e l’onta cancellata.
La violenza è quotidiana ed è scoperta, come nelle immagini
dei titoli di coda, lungo i quali David Bowie canta Young Americans.
Raffaello Scolamacchia
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