










|
ARTICOLI
DI CINEMA
Ma
quanti anni ha Kim Rossi Stuart?
di
Raffaello Scolamacchia
Ma quanti
anni ha Kim Rossi Stuart?
Come fa a sapere tanto di un bambino? Entrato nel mondo di Tommaso come
un compagno di giochi, porta per mano lo spettatore a provare sulla pelle
di adulto le emozioni della vita a undici anni. Merito della sceneggiatura
(oltre a Rossi Stuart, Linda Ferri, Francesco Giammusso, Federico Starnone),
ma anche di un piccolo grande protagonista esordiente, Alessandro Morace,
diretto magistralmente dal regista romano.
La scena descritta è vivida, senza le forzature che spesso capita
di trovare nel nuovo cinema italiano. Un padre apparentemente forte cede
progressivamente sotto i colpi che la vita gli riserva («Ma
proprio a me mi doveva toccare una così? Ma ti rendi conto?»),
la storia si dipana in una direzione inevitabile, dove la discesa è
sempre più ripida, ma sono gli occhi di Tommaso a guardarla per
noi, e ad anticiparne ogni esito, rendendola quasi naturale. Così
è Tommaso a dire al padre che la mamma, appena tornata con loro,
partirà di nuovo, ed è ancora lui a notare per primo le
luci spente in casa, segno che la sua sensazione era giusta. Il piccolo
protagonista è un bambino caricato di responsabilità e partecipe
della sofferenza familiare, che subisce silenziosamente ma non passivamente.
Egli ha capito prima degli altri, perciò fa quello che deve. Cerca
di difendere la sua vita di bambino, cerca il gioco, l'amore, la gioia,
e punta i piedi quando non ha altra scelta. È così che lo
vediamo fermarsi, con la massima naturalezza, nel mezzo della corsia durante
la gara di nuoto tanto attesa dal padre. Ma quando è il momento,
saprà tornare da lui per abbracciarlo e dargli un po' di quella
forza che lui, così piccolo, sembra avere già trovato. Dove?
Magari nei pomeriggi passati sul tetto del caseggiato dove abita, a tirare
sassolini con la fionda contro le casalinghe che tendono i panni sui terrazzi
vicini. Oppure nell'amicizia vera di un bambino capitato così,
in un altro di quei pomeriggi passati a tirare calci a un pallone contro
un muro del cortile.
Tutti siamo stati bambini, ognuno in modo diverso, e in modo diverso ricordiamo
i nostri pomeriggi. Questo film conferma, a chi non lo avesse capito,
che in quei momenti di solitudine (nel senso che si era soli)
si è con tutta probabilità formata la nostra persona. In
quelle ore abbiamo elaborato la realtà che vivevamo, e abbiamo
imparato a conoscerci e a volerci bene. In poche parole, è lì
che siamo diventati degli individui. L'inconscio (che brutta parola!)
non lavora solo nel sogno.
Forse Renato, il papà, quei momenti li ha scordati, non è
la vita che ce l'ha con lui. Il dolore lo trova già piegato, e
per questo predestinato. La mamma Stefania, personaggio meno indagato,
il dolore pretende di ingannarlo con qualche trucco. Tommaso ne è
immune, perché lo capisce. E la vita lo ricambia: piace ad Antonio,
il suo nuovo amico, piace a suo padre perché «mi sta
simpatico», piace alla sua compagna di classe perché
lo trova più maturo degli altri bambini. Ed è adorato dalla
sorella più grande. Giusto quindi (e ancora merito agli sceneggiatori)
che la mamma lo tema e cerchi di conquistarlo. Giusto che Tommaso, alla
fine del film, torni ad abbracciare suo padre.
Raffaello Scolamacchia
|